Non la fine dei problemi, ma l’inizio delle soluzioni

Il Perché sì di Stefano Leanza
Penso che la giustizia penale rappresenti da tempo in Italia una grave emergenza politica e quindi credo che i referendum promossi dal Partito radicale siano una risposta non sufficiente, ma in ogni caso necessaria e comunque più significativa di qualunque progetto di riforma destinato, nella migliore delle ipotesi, a essere accantonato in vista di tempi migliori dal Parlamento e dalle forze politiche, per la pressione della magistratura e dei suoi organi di autogoverno istituzionale (CSM) e di rappresentanza politica (ANM e relative correnti).

Ovviamente credo all’utilità dei referendum perché credo in una giustizia penale diversa da quella che è.
Credo nella presunzione di innocenza di ogni imputato, senza eccezione alcuna, a prescindere dalla gravità del reato contestato o dalla presunta evidenza degli indizi di colpevolezza che si ritiene, a prima vista, di potere ravvisare.
Credo nel processo come strumento di verifica della fondatezza di un’accusa per quello che la legge definisce come reato e dunque di garanzia del cittadino rispetto all’esercizio di un potere dello Stato. Ripudio l’idea del processo come strumento di difesa sociale, di mero appuramento di fatti non connessi alla responsabilità penale di alcuno o addirittura di risoluzione catartica delle tragedie di un Paese.
Credo che la giurisdizione sia qualcosa di molto diverso dalla lotta al crimine e dalla repressione dei reati. Nel processo non si confrontano buoni e cattivi, ma le parti di accusa e difesa, con i diritti che la legge riconosce ad entrambe.
Credo che la giurisdizione non possa debellare ogni male della società e non debba diventare reato tutto ciò che determina problemi e allarmi sociali e suscita stigmi morali. Per questo rifiuto il panpenalismo e auspico una pragmatica e attenta depenalizzazione che circoscriva prudentemente il perimetro dei beni oggetto di tutela penale.
Credo che l’ipertrofia e la schizofrenia legislativa siano due facce della stessa medaglia, perché, come scritto da Tacito: “Corruptissima re publica plurimae leges”. Maggiore è la corruzione dello Stato, più numerose sono le leggi che la mascherano, in una selva che aiuta i corrotti a nascondersi e intralcia l’iniziativa degli onesti.
Credo che, come straordinariamente intuito duecentocinquanta anni fa da Cesare Beccaria, siano l’effettività e la certezza della pena, più della sua gravosità, a fungere da deterrente. Considerando come vero obiettivo una giustizia efficiente, non draconiana.
Credo che, come scrisse Montesquieu, una giustizia ritardata sia sempre una giustizia negata. Credo in un processo che deve essere celere, da risolversi in condanna esclusivamente qualora la decisione possa considerarsi al di là di ogni ragionevole dubbio. Credo nella necessità di contemplare l’istituto della prescrizione, così che non si possa far scontare a un imputato presunto innocente la penosa lentezza di un sistema inefficiente.
Credo fermamente nel fine rieducativo della pena, e che questa non possa mai coincidere con trattamenti inumani o degradanti, come sancito dall’articolo 27 della Costituzione. Per questo credo nell’utilità del lavoro in carcere e nella necessità di promuovere pene alternative alla detenzione e di adottare in maniera estesa modelli di giustizia riparativa.
Credo nell’efficacia del processo accusatorio, superando i residui ingombranti e contraddittori del vecchio impianto inquisitorio. Per questo auspico riforme anche costituzionali che avvicinino definitivamente la nostra giustizia a quella anglosassone, dopo il grande passo avanti compiuto con l’introduzione del nuovo codice di procedura penale nel 1989.
Credo che la carcerazione preventiva non possa rimanere, come è divenuta in Italia, una forma di anticipazione della pena o uno strumento per l’estorsione di confessioni. Le misure cautelari e in particolare quelle detentive devono rappresentare una extrema ratio ed essere limitate nel numero e nei termini di applicazione, perché comportano in ogni caso la grave limitazione della libertà di un innocente.
Credo nella separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, come indispensabile baluardo della terzietà del giudice, perché credo che il giusto processo passi attraverso la perfetta parità delle parti.
Credo che l’obbligatorietà dell’azione penale non sia un baluardo dell’uguaglianza dei cittadini, ma l’alibi di criteri di selezione discrezionali, di cui nessuno è in ogni caso responsabile, né ai vertici, né all’interno delle procure.
Credo fermamente che, come stabilito dal codice Vassalli, il processo sia pubblico ma le indagini siano segrete. Auspico che la violazione del divieto di pubblicazione degli atti di indagini sia perseguita, realmente e non solo formalmente, con sanzioni economiche di misura tale da rappresentare un vero disincentivo.
Diffido dall’utilizzo invasivo delle intercettazioni, per quanto esse costituiscano uno strumento indispensabile nel contrasto alle mafie, al terrorismo, alla corruzione. Ripudio la pubblicazione delle intercettazioni e lo sciacallaggio mediatico: perché se è vero che “in tempo di guerra la verità è così preziosa che va protetta da una cortina di bugie”, in tempo di pace la nostra libertà è così preziosa che va protetta da una cortina di silenzio.
Credo fermamente nell’autonomia e nell’indipendenza della magistratura, quando queste sono interpretate nel quadro di una precisa separazione dei poteri e non celino forme di immunità e privilegio corporativo.
Credo che la responsabilità civile dei magistrati, come quella di qualunque funzionario pubblico, sia una garanzia di impegno e diligenza, oltre che un diritto di chi sia danneggiato da atti, anche quando non dolosi, gravemente colpevoli commessi dagli appartenenti all’ordine giudiziario.
Credo insomma a un ideale di giustizia penale che in Italia tanto i politici quanto i magistrati hanno variamente tradito e che i referendum, nella loro parzialità, visti anche i limiti della natura abrogativa dei quesiti, consentono di coltivare con maggiore fiducia.

Se questi referendum andranno al voto e saranno approvati dai cittadini italiani non si potrà certo festeggiare la fine di ogni problema, ma sicuramente l’inizio di qualche soluzione.

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