La giustizia, come le istituzioni, aspettano una riforma da oltre trent’anni

Il Perché sì di Sofia Ventura
I referendum sulla giustizia e sul sistema elettorale hanno segnato il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. I loro esiti hanno palesato una vera crisi di fiducia nei confronti del sistema politico e dell’ordine giudiziario. Il referendum Tortora del 1987 e i referendum Segni tra il 1991 e il 1993, plebiscitati dal corpo elettorale, sembravano destinati a riscrivere l’assetto e gli equilibri dei poteri italiani. Quella speranza è stata in entrambi i casi ampiamente delusa.

Le riforme elettorali e in seguito costituzionali, malgrado numerosi, sfortunati e in genere sconclusionati tentativi, non hanno migliorato l’efficienza e la trasparenza delle istituzioni parlamentari e di governo, ma sono state utilizzate opportunisticamente da entrambi gli schieramenti dell’Italia bipolare per ridisegnare le regole in base alla propria convenienza. Per vincere o, meglio ancora, per non perdere. Per piantare qualche bandierina simbolica – sul federalismo, sul bicameralismo, sui risparmi legati al taglio del numero dei parlamentari – senza nessun positivo effetto di sistema e con molte conseguenze negative: instabilità istituzionale, disordine politico, confusione normativa, degradazione della rappresentanza.

Anche la giustizia è stata al centro di una disputa per lo più opportunistica, tra leggi ad personam e norme manifesto, in una guerra dichiarata e combattuta con ferocia ideologica sia dal fronte giustizialista, che da quello cosiddetto “garantista”. Ma dal punto di vista pratico entrambi gli schieramenti hanno finito per convergere, pur scegliendo diversi bersagli, in una deriva panpenalistica, cioè nell’estensione del diritto penale come mezzo di governo di fenomeni sociali problematici: lavoro nero, inquinamento ambientale, sicurezza stradale, immigrazione, evasione fiscale, diffusione di sostanze psicotrope... Non solo da sinistra, ma anche da destra si è finito così per affidare alla giustizia penale non il compito di perseguire i reati e di giudicare in modo imparziale gli addebiti, ma di esercitare una sorta di tutela generalizzata nei confronti della società.

Questo ha accresciuto il potere e la popolarità della magistratura, spingendola verso ruoli di supplenza impropria e abusiva. Forte di questo potere, la magistratura ha interpretato in modo sempre più autoreferenziale e corporativo i principi di autonomia e indipendenza. Proclamando il diritto di stare sopra la politica ha infine mutuato i peggiori vizi della tanto vituperata politica: il settarismo e l’opacità, l’inefficienza e l’irresponsabilità.

È certamente difficile lavorare per una riforma liberale della giustizia italiana senza finire risucchiati dalle contrapposizioni partigiane e senza essere schierati d’ufficio nelle fila dell’uno o dell’altro schieramento. Anche i referendum promossi dal Partito radicale rischiano oggi di pagare il “peccato originale” del sostegno leghista, che però ne ha reso concretamente possibile la presentazione.

Il pacchetto referendario rimette comunque al centro temi – la separazione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati, la modifica dei meccanismi di composizione e funzionamento del CSM, il contrasto all’abuso della custodia cautelare – che fanno esattamente la differenza tra una giustizia giusta, in cui avere fiducia e una giustizia ingiusta, di cui avere paura. E sarebbe sbagliato non riconoscerne l’urgenza e l’opportunità, che va difesa dal rumore politico di fondo che continuerà ad accompagnarli.

Top linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram