Contro la custodia cautelare come pena anticipata

Il Perché sì di Luca Bisconti
I referendum sono da un certo punto di vista la mappa dei principali problemi della giustizia italiana. Meritano attenzione e sostegno nel loro complesso, come avvio di un processo di riforma necessario e pesantemente avversato sul fronte politico e giudiziario.
Tra le varie proposte referendarie, vi è quella relativa alla custodia cautelare, che rappresenta da anni il principale terreno di scontro tra i principi totalmente garantisti della nostra Carta costituzionale e le esigenze di “difesa sociale” avvertite dall’opinione pubblica, spesso fomentata dai mass media.
Il nostro sistema giuridico-costituzionale scinde radicalmente la pena dagli istituti processuali cautelativi. Tuttavia è oggettiva realtà che, a partire dagli anni ‘90, la custodia cautelare si sia de facto allontanata radicalmente da quelle che erano le sue finalità, finendo per diventare l’improprio strumento con il quale la collettività risponde alla commissione di un fatto illecito di natura penale con la neutralizzazione anticipata del presunto colpevole.
Tale logica sostanzialmente punitiva si pone in profondo contrasto con il fondamentale principio della presunzione di innocenza che, si ricorda, considera ogni cittadino innocente fino al momento del giudicato. Il quesito referendario cerca proprio di avviare un lunghissimo percorso di riallineamento dell’istituto della custodia cautelare a quanto sancito chiaramente dalla nostra Costituzione e dall’impianto garantista del nostro codice di procedura penale.
Volendo tralasciare discorsi prettamente tecnico-dottrinali vale la pena spostare il focus su un semplice, ma fondamentale, aspetto: come può un soggetto di cui deve ancora essere accertata la responsabilità penale “reiterare” un reato?
L’eliminazione della possibilità di procedere alla privazione della libertà di un accusato in ragione di una possibile “reiterazione del medesimo reato” costituirebbe infatti il primo grimaldello per impedire a moltissime, troppe persone (si ripete: innocenti fino a prova contraria) di sperimentare il carcere con conseguenze disastrose sia sul piano individuale – la vita sociale, lavorativa e affettiva del detenuto – sia sul piano collettivo, per le ricadute dirompenti che una pena anticipata ha come frattura dell’ordine sociale.
È infatti assodato che il carcere rappresenta un luogo privilegiato di educazione e apprendistato criminale. Sia nell’ottica di consolidare l’orientamento criminale di chi ha già commesso reati, sia nel senso di introdurre ad attività illecite soggetti, che prima nulla avevano a che fare col crimine.
Come possiamo permetterci quindi di scavalcare totalmente il dettato costituzionale?
Come possiamo permetterci quindi di tradire l’impostazione garantista del nostro codice di procedura penale? Come possiamo permettere quindi una applicazione giurisprudenziale così distorta di uno strumento estremamente limitativo della libertà personale? Come possiamo permettere di mettere in pericolo la vita di soggetti che sono formalmente innocenti? Non possiamo e non dobbiamo. Il sì al referendum è la risposta giusta a queste domande.

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