Gli obiettivi lontani, che i referendum avvicinano.

Il Perché sì di Lorenzo Zilletti
Da anni sentiamo ripetere che il CSM, preda delle correnti, va riformato. È sempre quello.

Da anni leggiamo di persone annichilite, nella loro vita e carriera, da iniziative penali avventate e improvvide, concluse dopo lungo tempo con assoluzioni: chi le ha trascinate nel baratro continua imperterrito con altri bersagli, perché -caso mai e quasi mai- per i suoi “errori” paga lo Stato, cioè noi cittadini.

Da anni sentiamo dire che i magistrati, salvo che delinquano, progrediscono tutti allo stesso modo nella carriera, grazie a meccanismi di valutazione corporativi e autoreferenziali che impediscono agli avvocati di esprimere il proprio parere su chi amministra giustizia. Risultato: todos caballeros.

Da anni la Costituzione, all’art. 111, prevede che il giudice oltre che imparziale debba essere anche terzo, ma i magistrati -come i pappagallini di Hitchcock- si vogliono inseparabili: così l’inquisito ha davanti un’entità unica e lo scontro tra individuo e autorità non ha un arbitro vero.

Da anni, si incarcerano persone con la scusa del pericolo di reiterazione di reati che … son quelli che devono ancora essere accertati. E, pur essendo statisticamente diminuiti i reati più gravi, la demagogia giustizialista non è mai sazia di galera e pene anticipate.

Da anni, si predica la presunzione di innocenza sino alla condanna definitiva, ma poi vengono approvate leggi, come la cd. Severino, che quella presunzione se la dimenticano.

È giusto dire che i sei quesiti referendari non riusciranno -da soli- a cambiare tutto questo. È certo, però, che senza il loro successo continueremo per tanti altri anni a sentire gli stessi discorsi. E il tempo, assieme a noi, invecchia in fretta.

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