Sei millimetri nella direzione giusta

Il Perché sì di Guido Vitiello
Un millimetro al giorno nella direzione giusta, amava dire Marco Pannella. Per trent’anni la questione giustizia ha percorso chilometri nella direzione sbagliata, travolgendo nella sua spericolata retromarcia le garanzie dei cittadini comuni, l’autonomia della politica, la cultura della giurisdizione e molte altre casualties disseminate sul tragitto. Le rare occasioni per invertire il senso di marcia – su tutte, i referendum del 2000 – sono state regolarmente sciupate, vuoi per la sproporzione tra le forze in campo (la corporazione togata è forse la roccaforte italiana più difficile da espugnare) vuoi per la miopia degli aspiranti riformatori, spesso più sedicenti che aspiranti. E così, mentre i due litiganti giocavano a carambola sul tavolo della politica, studiando traiettorie, angolazioni e sponde, l’uno preoccupato di non fare il gioco dell’altro, il terzo – la magistratura – godeva, godeva eccome, ampliando di anno in anno la propria sfera d’azione e d’influenza, fortificando l’egemonia culturale e mediatica, rinsaldando privilegi materiali e immateriali.

Se i sei quesiti saranno ammessi, siatene certi, torneranno a farsi sentire i soliti giocatori di carambola, con il loro tatticismo consumato e il loro apparente buon senso. Vi diranno che le preoccupazioni dietro ad alcuni dei referendum sono anche giuste, ma che non è questo il modo, o il tempo, o lo strumento adatto. Vi diranno che in teoria sarebbero pure d’accordo, ma che si rischia di fare il gioco di un forcaiolo come Salvini, come un tempo si rischiava di fare il gioco di Berlusconi, come ancor prima si rischiava di fare il gioco di Craxi. Oppure vi ripeteranno le litanie di sempre: che così si mettono a repentaglio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che si fa un favore alle mafie, che la separazione delle carriere significa l’asservimento del pm all’esecutivo e non a caso la voleva Gelli, che la politica è insofferente al “controllo di legalità”, e via salmodiando. E vi prometteranno anche stavolta che saranno loro, nella prossima legislatura, a promuovere una riforma profonda e organica, perché questi sono temi complessi che non si possono affrontare a spizzichi e bocconi. In breve, vi imbroglieranno per l’ennesima volta, magari imbrogliando anche sé stessi – e non è detto che la buona fede sia un’attenuante.

Attenti però anche all’imbroglio simmetrico, e alla promessa di una riscossa storica. Qui si tratta di restaurare pazientemente un edificio che è marcio dalle fondamenta, che è stato corroso con il concorso di almeno un paio di generazioni, e i referendum non possono offrire nulla di palingenetico. È bene non illudersi, su questo. Per giunta, i benefici di alcune di queste ipotetiche riforme – come la separazione delle carriere, la riforma del Csm, la valutazione professionale dei magistrati – si comincerebbero a vedere tra molti anni, se non addirittura tra decenni, sempre che la forza d’inerzia dei poteri italiani non le neutralizzi o le snaturi, volgendole sotterraneamente in controriforme. Insomma, le premesse sono desolanti. La messe è molta, gli operai sono pochi e non è detto che siano tutti benintenzionati. Alcuni degli operai il garantismo non sanno neppure dove sta di casa, e se lo sapessero andrebbero a citofonargli in diretta per denunciarlo alla polizia.

Perché dire sì ai referendum, allora? Perché sono sei millimetri nella direzione giusta.

Top linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram