Se il Parlamento non agisce, i referendum sono il solo strumento possibile

Il Perché sì di Giuseppe Portonera
Per una serie di curiose coincidenze, nella mia vita ho partecipato a più campagne referendarie per la riforma della giustizia che elezioni politiche. Le ragioni che mi hanno spinto a frequentare banchetti, uffici comunali e, più di recente, siti internet – i perché sì – sono così evidenti da dover indurre casomai, come ha condivisibilmente osservatoIuri Maria Prado, all’onere argomentativo di esplicitare le motivazioni contrarie – i perché no. Tuttavia, in questo paese che è senza verità, come ebbe a dire Sciascia, è sempre necessario tornare a esplicitare le ragioni positive, soprattutto a fronte della sfortunata apatia di molti e delle circonvenzioni dei soliti noti.

Dico sì al quesito della riforma del CSM perché la crisi morale e istituzionale dell’ordinamento giudiziario è tale da non ammettere cautele o ritardi. Come so che non tutti i magistrati sono complici o invischiati nel “sistema Palamara”, così so che è necessaria una scossa profonda per restituire alla magistratura un credito sociale senza il quale essa non può operare. Se viene meno la fiducia nell’integrità del terzo potere dello Stato, le sentenze rischiano di restare una composizione di segni neri su pagina bianca. Per le medesime ragioni dico sì al quesito sull’equa valutazione dei magistrati.

Dico sì al quesito della responsabilità diretta dei magistrati perché rispetto la lungimiranza del Costituente, che all’art. 28 della Carta fondamentale ha stabilito che i funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti. Dico sì anche se mi rendo conto della portata invero simbolica che questo quesito ha, e riconosco l’opportunità di evitare che la questione di responsabilità degradi in uno strumento di molestia per il magistrato che opera secondo coscienza e nel rispetto della legge.

Dico sì al quesito sulla separazione delle carriere dei magistrati perché è necessario compiere il primo passo per dar seguito alla promessa costituzionale di un giudice terzo non solo soggettivamente, ma anche oggettivamente. L’identità strutturale tra magistrato giudicante e magistrato inquirente forza a una improbabile convivenza culture e attitudini diverse – quella dell’arbitro e quella del giocatore – e rischia di risolversi in un’acquiescenza di simpatia corporativa che vulnera, anzitutto nella pubblica percezione, i principi del giusto processo consacrati nella nostra Carta fondamentale.

Dico sì al quesito sui limiti agli abusi del sistema cautelare perché la carcerazione preventiva come anticipo di pena, o come sanzione extra ordinem imposta a chi poteva riconoscersi come innocente fin da principio, è una pratica abominevole. Contro chi, con ricorsiva pretestuosità, urla al rischio di impunità, è necessario ribadire che si tratta di pretendere una più rigorosa applicazione di garanzie già previste a livello costituzionale.

Dico sì al quesito sull’abolizione del decreto Severino perché, dopo quasi dieci anni dalla sua approvazione, ne risultano innegabili alcune criticità in punto di lesione, per un verso, della presunzione di innocenza e del diritto di elettorato passivo, e, per altro verso, del principio di rappresentanza democratica. Il rispetto della separazione dei poteri, prima garanzia di libertà individuale, passa anche da questo.

Dico sì, nel complesso, ai requisiti referendari perché continuo a credere – non posso che continuare a credere – che la chiosa sciasciana sull’Italia che si proclama culla del diritto e se ne scopre invece bara sia un avvertimento estremo e non la constatazione di un destino ineludibile. Ed è per questo motivo che mi muovo in una prospettiva liberale e costituzionale che solo in un paese senza verità può dirsi “garantista”, come se alla cultura delle garanzie e dei limiti dell’autorità pubblica possa essere opposta una valida e alternativa opzione “giustizialista”.

Dico sì, in definitiva, ai quesiti referendari, anche se in alcuni casi non costituiscono il veicolo tecnico più preciso ed efficace cui rivolgersi, perché il senso dell’adesione alla campagna sta nella valorizzazione della partecipazione popolare all’impresa di riforma. Se il Parlamento non agisce, è bene che il popolo italiano – nel cui nome la Giustizia viene amministrata – si assuma direttamente la responsabilità dell’azione.

Top linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram