Il garantismo come lotta contro il potere assoluto

Il Perché sì di Carmelo Palma
Per dimostrare il proprio equilibrio in tema di giustizia e la propria equidistanza verso derive estremistiche, il segretario del PD Enrico Letta un po’ di mesi fa dichiarò la propria uguale avversione sia al “giustizialismo” che al cosiddetto “impunitismo”, inteso come “finto garantismo”. 

Ma il “vero garantismo, dal punto di vista politico e civile, non è affatto – come sostiene Letta – la fiducia in una giustizia che assolva gli innocenti e condanni i colpevoli (chi mai direbbe il contrario!), ma la difesa di un sistema penale che garantisca a entrambe le parti, cioè all’accusa e alla difesa, prima, durante e dopo il processo, uguali poteri e parità di condizioni reali, nel rispetto dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione

Il garantismo non è l’equidistanza tra chi accusa e chi si difende, ma l’impegno a evitare che la pretesa punitiva connessa all’esercizio dell’azione penale divenga una arbitraria e brutale soperchieria, giustificata dall’esigenza di reprimere i reati e di perseguirne i responsabili, che, secondo una malintesa idea di giustizia, riconosce a chi accusa di stare “sopra” e obbliga chi si difende a stare “sotto”. 

Il garantismo, detto in altri termini, è la persuasione che senza garanzie riconosciute dalla legge e scrupolosamente rispettate, nel sistema penale il rapporto tra potere e libertà, cioè tra Stato e cittadino, sia destinato ad evolvere nell’abuso del primo contro il secondo, come accade anche negli Stati democratici quando il diritto penale perda o rinneghi l’ancoraggio a un fondamento costituzionale liberale.
Insomma, i garantisti non difendono l’innocenza degli accusati, ma il diritto dei cittadini a un’amministrazione della giustizia che non sia l’esercizio di un potere assoluto.

Da anni la vulgata politico-giornalistica denuncia il presunto trade off tra garanzie per indagati e imputati ed efficienza nella repressione dei delitti, come se le prime non fossero la vera misura di giustizia, di uguaglianza e di legalità del sistema penale e come se il “momento giudiziario” fosse una sorta di mero complemento liturgico dell’azione repressiva. Questo inquinamento ideologico del dibattito pubblico si riflette nella retorica dilagante sulle assoluzioni o sui proscioglimenti come prova di denegata giustizia o di oltraggio alle vittime dei reati.
In questo quadro i referendum promossi dal Partito Radicale rappresentano una occasione fondamentale per riportare il dibattito sulla giustizia entro i canoni di una civiltà giuridica alternativa a quella del populismo penale e del punitivismo ideologico

La terzietà del giudice, il rispetto della presunzione di innocenza, l’argine a un uso indiscriminato della custodia cautelare e in generale delle pene (anche non detentive) anticipate, la riforma dell’organo di autogoverno della magistratura, la responsabilità dei magistrati e una valutazione obiettiva del lavoro servono ad avvicinare l’obiettivo di una giustizia giusta e imparziale, ma anche a ristabilire il principio di limiti del potere giudiziario coerenti con la sua funzione costituzionale, e non con una asserita, ma oggettivamente eversiva, funzione sociale di supervigilanza sul funzionamento dello Stato e dello stesso processo democratico.

La magistratura è un ordine di funzionari pubblici sottoposti alla legge, non un “Consiglio dei Guardiani” della Repubblica, che incarnano e interpretano, esercitando uno speciale potere coercitivo, lo spirito della Costituzione e delle leggi.
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