Lo strumento referendario non è ottimale, ma la spinta per riforme è necessaria

Il Perché sì di Carlo Machirelli
Se è vero che il mezzo del referendum abrogativo presenta diversi limiti oggettivi – rispetto all’ampio respiro delle riforme organiche non può certamente ritenersi lo strumento ideale per una materia articolata e complessa come la giustizia - è altrettanto vero che la politica, rispetto ai temi in questione, ha conservato e riprodotto un sostanziale e non più sostenibile immobilismo, provocando un’inerzia dannosa per il Paese, aggravata dalla crisi di legittimità e dalla perdita di credibilità, sempre maggiore, in specie dal “caso Palamara” in poi, dell’intera magistratura.
È in questa cornice in cui prende vita il Referendum Giustizia Giusta 2021, quale incarnazione di un vigoroso e determinato richiamo all’urgente bisogno non più rinviabile di riformare il sistema giustizia, elemento questo che già di per sé deve convincere sulla bontà dell’iniziativa. Ebbene, nonostante i limiti oggettivi dello strumento, il vero merito dell’iniziativa è quello di aver riportato all’attenzione della pubblica opinione e – si spera – dei partiti politici, temi di matrice chiaramente garantista in anni di “punitivismo” e “giustizialismo” off-limits. 

Su quest’ultimo aspetto, tra l’altro, è comprensibile il dubbio di chi si stupisce che tale iniziativa sia portata avanti, oltre che dal Partito Radicale, anche dalla Lega di Matteo Salvini, formazione politica che di certo non si è distinta per sensibilità nei confronti delle garanzie individuali. Questa contraddizione, tuttavia, oltre ad inserirsi pienamente nel solco di una tradizione che crede fortemente nel metodo del dialogo e dell’approccio laico ai temi e alle persone (ci si riferisce ovviamente alla tradizione della politica radicale), non depotenzia il senso e il valore delle questioni poste.
L’adesione e la promozione di tale iniziativa, infatti, è già un problema di coerenza della Lega, e non di chi ha sempre sostenuto, ben prima dell’iniziativa in questione, la necessità di una significativa riforma dell’ordinamento giudiziario (e non solo). Inutile, dunque, scandalizzarsi se, per ragioni di opportunità politica, che riguardano, per così dire, il foro della coscienza leghista e del suo elettorato, essi hanno deciso, peraltro in questo caso meritoriamente, di sostenere una battaglia giusta in discontinuità con la loro offerta politica consolidata in materia di giustizia (e tanto basta). ..
È questa una necessità non più rinviabile, per dare piena attuazione a quel modello di processo accusatorio voluto dal legislatore del 1989 e mai pienamente realizzatosi nel nostro Paese.

Fatte queste doverose premesse, il proposito eliminare l’attuale obbligo per il magistrato che voglia candidarsi a far parte del CSM di raccogliere firme a sostegno della propria candidatura (primo quesito) rappresenta certamente un passo in avanti per scoraggiare i risvolti patologici del correntismo.
Il secondo quesito si propone di eliminare dalla legge il riferimento lo Stato come unico soggetto tenuto al risarcimento del danno da mala giustizia, consentendo al cittadino di agire direttamente contro il singolo magistrato (lo Stato rimarrebbe comunque obbligato in solido); evidente è l’obiettivo di perseguire una maggiore responsabilizzazione del singolo magistrato, specie se si considera l’attuale numero di errori giudiziari, o ancor più i casi di condanne in primo grado poi ribaltate in sede di appello.
Sempre in tema di riforma del CSM, il terzo quesito referendario che si occupa invece di abrogare il sistema di valutazioni dei magistrati, completamente interno e autoreferenziale, così da rappresentare attualmente una vera e propria farsa, essendo evidente il predominio di logiche conservative e corporativistiche del tutto inattendibili. L’attuale Ministro della Giustizia Marta Cartabia ha peraltro recentemente riferito alla Camera dei Deputati che dal 2017 ad oggi le valutazioni negative sono state 35 (lo 0,5%), quelle non positive 24 (lo 0,3%) e quelle positive 7.394 (il 99,2%). Magistrati impeccabili o valutazioni quantomeno indulgenti? I dati evidenziano la necessità di superare questo sistema non credibile.
Il quarto quesito, di centrale importanza, è quello che si propone eliminare la normativa sui passaggi tra una funzione e l’altra e bloccare i percorsi formativi che accompagnano i mutamenti di funzione (cd. separazione delle funzioni). Al magistrato che sia stato destinato, all’atto dell’assunzione in servizio alla funzione di Pubblico Ministero o Giudice, sarebbe precluso definitivamente chiedere il passaggio all’altra. Non bisogna tuttavia confonderla, con la vera e propria separazione delle carriere, la quale prevede, invece, una più incisiva modifica dell’assetto istituzionale. Una risposta dotata di maggiore coerenza e razionalità sistemica alle criticità del nostro ordinamento giudiziario è contenuta nella proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, promossa a suo tempo dall’UCPI e sottoscritta da più di 70.000 persone, che giace da anni in Parlamento e che prevede una riforma costituzionale volta all’ottenimento della separazione delle carriere dei magistrati (non una mera separazione delle funzioni) e alla conseguente creazione di due distinti organi di autogoverno, uno per la magistratura requirente e uno per la magistratura giudicante, con, inoltre, l’aumento dei membri laici al 50% e con riforma elettorale in senso uninominale. In ogni caso, la separazione delle funzioni proposta dal referendum rappresenterebbe sicuramente un passo in avanti, ma non porterebbe al vero risultato cui giungere per ottenere un vero giusto processo, fondato sul modello accusatorio, oltreché la creazione di due differenti organi di autogoverno, uno per la magistratura giudicante e un altro per quella requirente. Il parametro fondamentale, o meglio, il valore da tutelare, deve restare quello del Giusto Processo nei termini indicati dall’art. 111 Cost.
Il quinto quesito investe invece un diverso ambito, quello della custodia cautelare, ed ha l’obiettivo di contrastare il pericolo di automatismi nell’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere, limitando quindi il sacrificio della libertà personale di un soggetto comunque presunto innocente (art. 27, comma 2, Cost.) e considerarlo – in un’ottica costituzionalmente orientata – come misura di natura eccezionale da applicarsi nel rispetto del superiore principio di proporzionalità.
Infine, il sesto ed ultimo quesito, intende abrogare l’intero D.Lgs 235/2012 (cd. Decreto Severino) con l'obiettivo di evitare il rischio che si creino dei vuoti di potere e delle vere e proprie paralisi nell’amministrazione del singolo ente pubblico, anche e soprattutto alla luce dei casi (già verificatisi spesso nella prassi) in cui l’amministratore sospeso venga reintegrato nel suo ruolo (siccome dichiarato innocente o per ordine del Tribunale), dopo una sospensione che può durare fino a 18 mesi: il tutto in violazione del principio della presunzione di innocenza e in contrasto con il principio di rappresentanza democratica.

In conclusione, non vi è dubbio che gli obiettivi del referendum siano certamente positivi, apprezzabili e meritino sostegno, ma al tempo stesso è proprio da questa spinta che deve nascere l’opportunità che i settori toccati dai quesiti siano invece oggetto di riforme organiche, armoniche e di ampia visione, anche di natura costituzionale (si veda separazione delle carriere), con il necessario intervento del Parlamento.
Indipendentemente da come andrà, il vero successo dell’iniziativa referendaria è quello di aver riportato sul tavolo istituzionale la urgente necessità di discutere di temi di cui la politica si è troppo spesso disinteressata – per assenza di coraggio e di visione - e che nell’attuale periodo storico trovano invece una propria identità anche e soprattutto sotto un profilo culturale, favorendo quindi un approccio riformatore quanto più organico e sistematico possibile.

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