Contro la giustizia come decimazione

Il Perché sì di Ariela Briscuso
La sola forma possibile di giustizia, di amministrazione della giustizia, potrebbe essere, e sarà, quella che nella guerra militare si chiama decimazione. Il singolo risponde dell’umanità. E l’umanità risponde del singolo”. 

Così parla il Presidente della Corte Suprema Riches ne “Il Contesto” di Sciascia, spiegando che l’errore giudiziario non esiste, perché è la sentenza, l’atto stesso del giudicare in base a un’accusa, che “fa” la giustizia, come è la celebrazione eucaristica ha operare la transustanziazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo.
“Decimazione” è lo stesso termine che usò Enzo Tortora, di fronte alla tesi del procuratore che ammoniva i giudici che solo la condanna dell’imputato più famoso avrebbe consentito la condanna degli altri imputati e che quindi il suo sacrificio era giusto, perché necessario alla causa della giustizia: “Signor procuratore, questo è un ragionamento così - mi passi l’espressione - rozzo e manicheo che non ci parla di legge, ma ci parla di decimazioni. Non ci parla di diritto”. Niente come il caso Tortora, d’altra parte, ha reso evidente come in Italia la contestazione dell’errore e del travisamento dei fatti e delle prove possa essere considerato, anche in perfetta buona fede, un oltraggio alla fede nella giustizia e una delegittimazione dei chierici addetti al suo culto, i magistrati.
Ora, poiché sappiamo che le coincidenze non esistono, possiamo partire dalla decimazione per definire una cesura. Gli scritti di Sciascia e le affermazioni di Tortora, sorprendentemente coerenti fra loro, esprimono in modo chiaro la contrapposizione tra due modelli di diritto. Da una parte la giustizia di Riches (e del procuratore di Napoli) che è “decimazione” perché vede l’amministrazione della giustizia come esercizio di potere, come estrema protezione dello Stato e della collettività: in questa forma di giustizia l’individuo non ha importanza e non ha posto: l’individuo, per usare sempre le parole di Riches nel Contesto, è solo il filo di paglia nel pagliaio della giustizia. Perseguire il vero colpevole è dunque impossibile La giustizia deve riparare comunque l’offesa al patto sociale, alla collettività, “all’umanità” e la decimazione è l’unico modo per assicurare una riparazione certa. Ricorda un po’ il “Dio riconoscerà i suoi” delle crociate albigesi.
Dall’altra parte, c’è la concezione della giustizia come legge e come diritto, concezione che, dunque, vede l’individuo al centro. È la concezione di Sciascia, è la concezione di Tortora. È la giustizia che riconosce la pena come extrema ratio e si presenta non come braccio assoluto al servizio di un incontestabile bene superiore, ma come limitato strumento di risoluzione delle dispute, in mano alle limitate e fallibili capacità umane.
Se il Contesto di Sciascia è, appunto, “una parodia”, un immaginario distopico, la parodia e la distopia (circa 10 anni dopo la pubblicazione del romanzo di Sciascia) si sono fatte più che realtà nel caso Tortora, in nome della medesima giustizia per decimazione dell’immaginario sciasciano. Ma, di nuovo, le coincidenze non esistono: basta dire che Sciascia raccontava la realtà della giustizia dell’Italia, sia come idea della sua classe dirigente, che come sistema in sé.
E la “decimazione” non si incarna né per la prima, né per l’ultima volta nel caso Tortora. Anzi, oggi con la formidabile permeanza del circo mediatico–giudiziario e con i corollari ormai consueti della indignazione social, il reclamo della “riparazione” mediante ritorsione o rappresaglia – ovviamente all’ingrosso – viene assecondato dal sistema giudiziario e soddisfatto da quello penitenziario. E ovviamente benedetto dal sistema informativo.
Dunque, un sì ai sei referendum sulla giustizia può e deve essere un primo passo perché la concezione dell’amministrazione della giustizia non sia quella della giustizia come potere, ma come diritto: non una giustizia che pretenda di risarcire la collettività, facendo del singolo un mero strumento del contrappasso, ma che si manifesti come espressione di tutela di ciascun individuo, della vittima e dell’accusato, uguali nei diritti perché uguali, secondo il diritto, come persone e come cittadini.

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