Cinque dei sei referendum sulla giustizia promossi dal Partito radicale insieme alla Lega sono stati ammessi dalla Corte Costituzionale e andranno al voto la prossima primavera. È stato invece ritenuto inammissibile quello sulla responsabilità civile diretta dei magistrati, in palese contraddizione con il precedente del cosiddetto “referendum Tortora”, ammesso nel 1987. Non sfugge peraltro la coincidenza che a essere caduto nella tagliola della Consulta sia stato il referendum più popolare e accreditato dai sondaggi del più vasto consenso.

In ogni caso, i cinque referendum rimasti in piedi consentono di aprire (e certo non di esaurire) una discussione sulla riforma della giustizia a partire da proposte, che le iniziative legislative del Governo in discussione in Parlamento incrociano parzialmente (riforma del CSM, valutazione dei magistrati e separazione delle funzioni tra requirenti e giudicanti) o eludono completamente (custodia cautelare e decreto Severino sulle cause di incandidabilità e decadenza da cariche elettive).

Se il successo dei referendum non risolverebbe tutti i problemi, di certo il loro insuccesso, magari con un boicottaggio astensionistico, pregiudicherebbe la possibilità di arrestare la deriva anti-costituzionale della giustizia penale e di riportare le pretese corporative della magistratura associata dentro l’alveo dell’indipendenza stabilità dalla Costituzione, che non è quella di un potere irresponsabile e di un corpo separato dello Stato.

Ci impegniamo quindi a difendere il merito delle proposte referendarie da una prospettiva limpidamente liberal-democratica, con una iniziativa su cui tutte le forze, i gruppi, le associazioni, le community e le singole personalità impegnate per una “giustizia giusta" possano ritrovare il senso della propria identità e di una battaglia comune.

La proliferazione delle norme incriminatrici, l’uso demagogico e propagandistico della legislazione penale, il “punitivismo” ideologico e la retorica securitaria hanno in questi anni trascinato il dibattito sui delitti e sulle pene nella direzione opposta a quella del rispetto dello stato di diritto e dell’imparzialità della giustizia.

Il panpenalismo e la delega di funzioni di moralizzazione politica alle azioni giudiziarie sono state due facce della stessa medaglia, due sintomi della stessa malattia che ha attaccato il cuore della politica e della civiltà giuridica italiana.

Italia europea e il Comitato Ventotene, che promuovono questa iniziativa, intendono fare, per quanto sarà possibile, da cassa di risonanza delle ragioni liberali per il sì a proposte che riaffermano i principi della presunzione di innocenza e della tutela della libertà di indagati e imputati, dell’efficienza del sistema giudiziario e della terzietà dei giudici e che costituiscono, nel loro complesso, una progetto di riforma complessiva della giustizia in un Paese, che ormai non è più la patria del diritto, ma del populismo e della barbarie penale

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