COMITATO GARANTISTA PER IL SÌ

Cinque Sì ai referendum sulla giustizia contro il populismo penale

Non esiste giustizia senza garanzie. Il Comitato si impegna a difendere i principi della presunzione di innocenza e della tutela della libertà di indagati e imputati, dell’efficienza del sistema giudiziario e della terzietà dei giudici. Per una giustizia giusta.
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I 6 quesiti

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01

Riforma del CSM

Un primo passo per la riforma del CSM e per sottrarre l'organo di autogoverno della magistratura agli scontri tra le correnti su nomine, promozioni e carriere.

La legge attualmente in vigore prevede che i componenti togati del Consiglio superiore della Magistratura (CSM) siano rappresentativi di tutte le funzioni della magistratura e che siano: 2 magistrati con funzioni di legittimità; 4 magistrati con funzioni requirenti di merito; 10 magistrati con funzioni giudicanti di merito. Del CSM fanno inoltre parte il Presidente della Repubblica, che lo presiede, Il Presidente e il Procuratore generale della Cassazione e 8 membri eletti dal Parlamento in seduta comune tra i professori universitari in materie giuridiche e avvocati che esercitino la professione da almeno quindici anni.
Per l’elezione della componente togata del CSM si costituiscono tre collegi unici nazionali, corrispondenti alle diverse funzioni dei magistrati; in ciascuno dei tre collegi si può candidare qualunque magistrato raccolga la firma di sostegno di almeno 25 e non più di 50 colleghi. In ciascun collegio risultano eletti i magistrati che hanno raccolto il maggior numero di voti fino alla concorrenza dei seggi da assegnare.

Il referendum propone di abolire l’obbligo di raccolta delle firme di sostegno alla candidatura, così che ciascun magistrato possa candidarsi senza aderire o iscriversi a alcuna delle correnti, che oggi intermediano candidature e elezioni e determinano, come veri e propri “partiti giudiziari”, le decisioni del CSM su promozioni, nomine e procedimenti disciplinari.

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02

Responsabilità diretta dei magistrati

Questo referendum non è stato giudicato ammissibile dalla Corte costituzionale e dunque non sarà sottoposto al voto degli elettori

Fin dai tempi del caso Tortora e del successivo referendum, nel 1987, al centro della discussione sulla riforma della giustizia si pose la questione della responsabilità civile dei magistrati, cioè dell’obbligo di risarcire i cittadini dei danni prodotti non da semplici “errori giudiziari”, ma da comportamenti di magistrati dettati da negligenza e imperizia, violazione di diritto e grave travisamento dei fatti e delle prove. Malgrado il risultato plebiscitario del referendum (80,21% di Sì) una legge ribaltò immediatamente l’esito del voto. In tempi più recenti, nel 2015, grazie in primo luogo alla giurisprudenza della Corte di Giustizia europea, si è riformata la legge in materia, rendendo finalmente esercitabile il diritto al risarcimento del cittadino da parte dello Stato, ma si è mantenuto un principio di responsabilità indiretta. Detto in altri termini, a rispondere dei danni cagionati dai magistrati è lo Stato e non i magistrati che ne sono responsabili, su cui lo Stato può eventualmente rivalersi.

Con il referendum si propone di introdurre anche per i magistrati un meccanismo di responsabilità diretta, come per qualunque altro funzionario pubblico, chiamato a rispondere del proprio operato. L’irresponsabilità dei magistrati in questi anni ha incentivato decisioni imprudenti e irrazionali, in particolare in materia di limitazione della libertà personale e questo non ha solo compromesso i diritti di molti cittadini, ma reso inefficiente lo stesso funzionamento dell’amministrazione della giustizia.

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03

Equa valutazione dei magistrati

Perché la valutazione delle competenze e della professionalità dei magistrati sia effettiva, senza il riparo di protezioni corporative.

A valutare le competenze e l’operato dei magistrati è il CSM che fonda le proprie decisioni anche sui giudizi formulati dai Consigli giudiziari, organismi territoriali, istituiti presso ciascun distretto di Corte d’Appello, composti per due terzi da magistrati e per un terzo da membri non togati (avvocati e docenti universitari in materie giuridiche). I membri non togati però partecipano solo alle decisioni relative all’organizzazione degli uffici giudiziari del distretto, non alle valutazioni della professionalità dei magistrati, che rimane corporativamente competenza esclusiva dei membri togati.

Con il referendum si chiede di consentire anche a avvocati e docenti universitari di partecipare, in funzione ausiliaria al CSM, alle decisioni che riguardano il giudizio sull’operato dei magistrati. I dati comunicati dal Ministro Cartabia al Parlamento – giudizi positivi per il 99% dei magistrati nell’ultimo quinquennio – confermano la necessità di cambiare sistema di valutazione, non riconoscendone la titolarità alla sola corporazione togata, che rende sostanzialmente il vaglio della professionalità dei colleghi un passaggio puramente burocratico, senza alcun vero accertamento di competenze, impegno e imparzialità.

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04

Separazione delle carriere dei magistrati

L'accusa è una parte processuale. La difesa l'altra. Il giudice deve essere terzo rispetto ad entrambe, per garantire il diritto a una giustizia imparziale.

Con la riforma del codice di procedura penale del 1989 si passò sulla carta dal processo inquisitorio a quello accusatorio, con una distinzione netta tra il ruolo dei magistrati requirenti, che esercitano l’azione penale e la rappresentano nel processo, e quello dei giudici che sono chiamati a svolgere un ruolo di garanzia nel contradditorio tra accusa e difesa. Questa modifica non comportò il superamento, né l’adeguamento del principio dell’unicità dell’ordine giudiziario, in cui convivono quanti rappresentano una parte processuale, cioè gli accusatori, e figure che dovrebbero essere terze rispetto a entrambe le parti processuali di accusa e difesa, cioè i giudici.

Anche con il nuovo codice è proseguito quindi il passaggio dalle funzioni requirenti a giudicanti (e viceversa) di molti magistrati. Inoltre sia gli organi di autogoverno, sia le rappresentanze politico-sindacali della magistratura hanno sempre difeso una “unità di cultura”, che di fatto impone a tutti gli appartenenti all’ordine giudiziario di sentirsi ugualmente parte del sistema di repressione dei reati, quando invece ai giudici nel processo accusatorio è richiesto di svolgere tutt’altro ruolo: di verificare se le contestazioni a carico degli accusati siano fondate, non di “completare” l’azione penale intrapresa dal pm.

Nel 2000 i radicali promossero un referendum sulla separazione delle carriere che però non raggiunse il quorum del 50% più uno dei votanti. Nel 2017 furono depositate presso la Camera dei Deputati le oltre 70.000 firme a sostegno della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere dei magistrati, promossa dall'Unione delle Camere penali italiane. La proposta non è mai stata messa in discussione.

Con il referendum, che interviene su una pluralità di norme contenute in diverse leggi, si introdurrebbe una separazione delle carriere di fatto, prevedendo che dopo il concorso, l’accesso alla magistratura e l’assegnazione al ruolo requirente o giudicante, sarebbe precluso definitivamente al magistrato il passaggio da un ruolo all’altro.

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05

Limiti agli abusi della custodia cautelare

La custodia cautelare non deve essere una pena anticipata e deve rappresentare un'eccezione per reati molto gravi, non una regola per tutti i reati.

In Italia un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio, uno dei dati europei più alti. Molti di questi detenuti sono successivamente assolti e scarcerati e lo stato deve risarcirne l’ingiusta detenzione: solo negli ultimi due anni vi sono stati 1750 casi riconosciuti, con una spesa di 80 milioni di euro.

Il codice di procedura penale prevede l’applicazione di misure cautelari limitative della libertà personale nel caso in cui, a fronte di gravi indizi di colpevolezza, vi sia pericolo di inquinamento delle prove, pericolo di fuga o pericolo di reiterazione di gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale, nonché di “reati della stessa specie di quello per cui si procede” nel caso in cui la pena massima prevista sia non inferiore a quattro anni e, per la custodia in carcere, a cinque anni. Il che significa che paventando la reiterazione di praticamente qualunque reato è possibile incarcerare l’indagato, anche per incentivarne surrettiziamente la “collaborazione”.

Con il referendum si chiede di limitare l’applicazione delle misure cautelari per il rischio di reiterazione del reato solo nel caso di crimini violenti, con uso di armi o di altri strumenti di violenza personale, nonché per i reati di criminalità organizzata.

Se la limitazione della libertà personale prima della condanna definitiva deve rappresentare un’eccezione, perché comporta il sacrificio di un diritto fondamentale a fronte di una presunzione di non colpevolezza costituzionalmente riconosciuta, deve essere limitato ai reati più gravi e non può in ogni caso diventare un improprio strumento di indagine, per limitare il diritto di difesa di indagati e imputati.

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06

Abolizione del decreto Severino

Contro l'applicazione retroattiva di una legge che limita gravemente il diritto di elettorato passivo, anche per sentenze non definitive.

Il decreto legislativo 235/2012, noto come decreto Severino, prevede retroattivamente l’incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per i parlamentari, consiglieri regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali, nonché per chi ricopra cariche negli organi di governo nazionali e locali, in caso di condanne definitive per delitti non colposi a una pena superiore ai due anni. Il Decreto prevede la sospensione dalla carica in un ente territoriale (Regioni, Province, Comuni, Circoscrizioni), anche in caso di condanna non definitiva.

Il carattere retroattivo delle previsioni, che si applicano anche a reati commessi prima dell’entrata vigore del decreto e la diversità di trattamento riservata a chi ricopra cariche negli enti locali, con una limitazione fortissima del diritto di partecipazione politica, anche in caso di condanna non definitiva, sono state al centro di un’accesa discussione fin dal momento della loro approvazione. Peraltro, il decreto venne presentato come un’esigenza imprescindibile, come se, in precedenza, le condanne definitive per moltissimi reati – tra i quali quelli contro la pubblica amministrazione – non comportassero già come pena accessoria l’interdizione perpetua o parziale dei condannati dai pubblici uffici, compresi quelli elettivi.

Con il referendum si chiede l’abolizione dell’intero decreto Severino e il ritorno alla precedente disciplina su ineleggibilità e decadenza per cariche elettive e di governo nazionali e locali.

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Perché Sì

Fatti e opinioni a sostegno del Sì ai referendum

Guido Vitiello

Un millimetro al giorno nella direzione giusta, amava dire Marco Pannella. Per trent’anni la questione giustizia ha percorso chilometri nella direzione sbagliata.
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Iuri Maria Prado

Bisognerebbe domandarsi perché no. Perché i quesiti di referendum sono mal combinati? Se pure fosse vero, questo non basterebbe a giustificare il voto contrario.
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Lorenzo Zilletti

È giusto dire che i sei quesiti referendari non riusciranno -da soli- a cambiare tutto questo. È certo, però, che senza il loro successo continueremo per tanti altri anni a sentire gli stessi discorsi.
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Sofia Ventura

Il pacchetto referendario rimette comunque al centro temi che fanno esattamente la differenza tra una giustizia giusta, in cui avere fiducia e una giustizia ingiusta, di cui avere paura. 
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Carmelo Palma

I referendum promossi dal Partito Radicale rappresentano una occasione fondamentale per riportare il dibattito sulla giustizia entro i canoni di una civiltà giuridica alternativa a quella del populismo penale e del punitivismo ideologico.
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Giuliano Cazzola

Sostenere i referendum è una battaglia giusta, di libertà. Anzi potremmo addirittura affermare che è una causa da portare avanti nell'interesse stesso della magistratura.
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Alessandra Senatore

Sei volte Sì: per ancorare il potere giudiziario ai principi costituzionali, per valorizzare la giustizia come servizio per tutti e non come potere di qualcuno.
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Damiano Aliprandi

I quesiti referendari pongono una questione urgente. Bisogna fare in modo che il cittadino non rimanga impotente di fronte agli abusi di qualsiasi potere. Compreso quello giudiziario.
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Luca Bisconti

I referendum sono da un certo punto di vista la mappa dei principali problemi della giustizia italiana. Meritano attenzione e sostegno nel loro complesso, come avvio di un processo di riforma necessario e pesantemente avversato sul fronte politico e giudiziario.
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Ariela Briscuso

Un sì ai sei referendum sulla giustizia può e deve essere un primo passo perché la concezione dell’amministrazione della giustizia non sia quella della giustizia come potere, ma come diritto.
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Giuseppe Portonera

Se il Parlamento non agisce, è bene che il popolo italiano – nel cui nome la Giustizia viene amministrata – si assuma direttamente la responsabilità dell’azione.
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Stefano Leanza

Se questi referendum andranno al voto e saranno approvati dai cittadini italiani non si potrà certo festeggiare la fine di ogni problema, ma sicuramente l’inizio di qualche soluzione.
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Carlo Machirelli

Il vero successo dell’iniziativa referendaria è quello di aver riportato sul tavolo istituzionale la urgente necessità di discutere di temi di cui la politica si è troppo spesso disinteressata, favorendo quindi un approccio riformatore quanto più organico e sistematico possibile.
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